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di Massimo Barbero

Sono passati dieci anni da quel coro nel pre-gara di Fiorenzuola dallo spicchio di stadio azzurro che metteva i brividi: “Se andiamo in D, se andiamo in D, vi facciamo un c… così!!!”. In D non ci siamo finiti… Per contro quella partita tanto drammatica ha inaugurato un decennio che ci ha regalato soddisfazioni allora inimmaginabili... 

Il carro dei vincitori è sempre stracolmo di gente… Senza far polemiche, proviamo ad analizzare cos’è davvero cambiato a partire da quella strana domenica di inizio giugno nel microcosmo del Novara Calcio. E ciò non al fine di suddividere meriti, per pura gratificazione personale, ma solo per provare ad intuire la strada maestra per mantenere, il più a lungo possibile, questo paradiso calcistico che ci siamo guadagnati in questi ultimi anni.

Il primo fattore da tenere presente è quello ambientale. A Fiorenzuola abbiamo festeggiato la salvezza come fosse una promozione. Negli anni precedenti non era accaduto. Le vittorie contro Voghera ed Imperia avevano portato soltanto ad una contestazione ai dirigenti in carica. E’ stato un punto di partenza importante per chi si è trovato a costruire il “dopo Fiorenzuola”. Finalmente avevamo preso coscienza della nostra realtà di quei giorni… E Borgo ha potuto pescare a piene mani dalla D (Ciuffetelli, Palombo, Franzese, Di Chiara jr, Baldini, Bigatti…) senza che nessuno avesse da mugugnare.

Il secondo fattore (scopro l’acqua calda…) è certamente dato dall’avvento della famiglia De Salvo. Senza di loro oggi non festeggeremmo certamente la serie A e, forse, non avremmo mai goduto nemmeno la B… Hanno dato un’accelerata determinante a tutto quanto, cambiando radicalmente le prospettive. Però sarebbe fuorviante partire da loro. Il vento era già mutato, seppure in maniera meno marcata. Non a caso la stagione precedente al loro avvento (2005-06) era stata la migliore dal 1980 in poi.

Chissà cosa avrà pensato Gianfranco Montipò in tribuna la sera della vittoria sul Padova… Di soldi ne ha impiegati parecchi anche lui, ma i risultati non sono mai stati direttamente proporzionali ad investimenti che non saranno stati da serie A, ma che non erano certamente nemmeno da C2…

Ed invece basta rileggere la storia del recente del Novara Calcio per trovare la soluzione ad un’equazione che è meno complicata di quanto si possa pensare. Al di là delle simpatie di ciascuno, prima del 2001 il Novara non aveva mai avuto (da tempo immemorabile) un Sergio Borgo, nel senso di un direttore sportivo/generale che avesse pieni poteri per costruire la squadra, per impostare un discorso tecnico nel corso degli anni, a prescindere dalle alterne fortune del momento.

Non lo erano stati Morselli e Bacchin, figure apprezzate per la loro serietà, ma provenienti da altri ambiti specifici (Bacchin, ad esempio si è sempre sentito soprattutto allenatore). Non lo poteva essere Abbate che ha lavorato troppo poco (appena 6 mesi) per essere giudicato. 

Le squadre erano il frutto di compromessi tra i suggerimenti dei vari dirigenti e la volontà dell’allenatore di turno (ricordate il Novara/Pordenone di Fedele o il Novara/Olbia di Colomba?). Un vero e proprio referente unico mancava dall’era Tarantola, proprietario, ma anche responsabile tecnico. A fine stagione era difficile capire chi e cosa non avesse funzionato. Spesso venivano scaricati giocatori che altrove avrebbero reso tantissimo. Con il risultato di disperdere ingenti capitali conferiti, scoraggiare soci, disamorare il pubblico, allontanare possibili nuovi sponsor e/o finanziatori.

Borgo, invece, ha potuto finalmente impostare un discorso tecnico (ed umano) in piena autonomia. Il suo programma ha retto alla delusione dell’eliminazione con la Pro Patria ed agli umori balzani di Di Chiara e dei Mastagni nella folle estate 2002. Non a caso, pochi mesi dopo, anche la Banca Popolare di Novara aveva scelto di affiancare un’avventura che non era più il frutto di scelte istintive e passeggere (con conseguente spreco di capitali e credibilità) ma di un percorso mirato, non per forza vincente, ma comunque razionale.

Il Novara non era più il brutto anatroccolo che buttava i soldi dalla finestra e faticava a tenere il passo dell’Ospitaletto o del Crevalcore emergente. Era tornata ad essere la squadra di riferimento nel panorama del Piemonte extra Torino.

Abbiamo rischiato di sprofondare nuovamente nel 2005 quando la società è ricaduta negli antichi vizi, almeno per qualche mese: Borgo allontanato per ben due volte per lasciar spazio ad operatori di mercato e referenti improvvisati, dirigenti che volevano dire la loro nella campagna acquisti: “prendiamo quello perché è il nipote di un mio amico, al figlio di quell’altro non si può dir di no”. Per fortuna Resta è tornato in tempo sui propri passi, richiamando Borgo ed il peggio è stato scongiurato.

Era un Novara dalle potenzialità economiche ancora oscillanti. Gli entusiasmi dei dirigenti duravano qualche mese poi: “Mollo tutto, la città è fredda non ha senso restare…”. Presunti finanziatori esterni (cordate?) si materializzavano con la stessa rapidità con cui si volatilizzavano al momento dei primi esborsi…

Resta, però, già nel 2006 aveva varato un serio programma di austerity: un budget fisso per impostare un discorso tecnico negli anni, sfruttando le qualità di un Borgo abilissimo nello scovare i Ludi dimenticati per l’Italia.

Alle porte, invece, c’era la rivoluzione De Salvo. Vien da ritenere che l’attuale proprietà ben difficilmente avrebbe scelto di investire nel Novara confuso e sprecone che navigava sul fondo della C2 di qualche anno prima. Ma che sia invece stata attratta da una società ad un passo dal grande calcio, con i conti a posto e senza la zavorra di una gestione immediata troppo onerosa.

Massimo De Salvo si è calato in questa realtà con straordinaria intelligenza. Aveva il peso ed il carisma per mettersi a giocare a fare il presidente, scegliendo quello o quell’altro giocatore. Invece ha sempre dato carta bianca al direttore di turno, evitando l’errore più classico del Novara anni ‘80-‘90. Poi ha dato, sin da subito, quel senso di stabilità che prima era sempre mancato. Gli investimenti nelle strutture (Novarello in primis) erano il segnale più tangibile che la sua avventura non sarebbe durata il tempo di un raggio di sole. Ci siamo finalmente liberati da quella “sindrome da abbandono” di cui soffrivamo almeno dall’estate 1996, quella dell’addio di Armani.

Per tutto quanto ho scritto finora, guardando al futuro, l’apporto di Pederzoli (e del suo staff) sarà determinante, nel bene o nel male. Il Novara ha bisogno di un direttore sportivo stabile nel corso degli anni. Un po’ come lo è Sartori per il Chievo. Perché certi progetti di crescita possono essere coltivati solo lavorando con continuità. 

Sensibile ha operato in maniera straordinaria in questi due anni, ma ha sempre dato un senso di precarietà dovuto paradossalmente alla sua bravura, alla sua giovanissima età ed alla giustificata ambizione. Sin dai primi mesi (ricordate l’offerta del Napoli?) abbiamo avuto la sensazione che la sua gestione non sarebbe durata a lungo, proprio per le proposte dei grandi club. 

La conseguenza è che qualcosa si sia disperso, inevitabilmente, nel passaggio di consegne. Lo prova l’interesse della Sampdoria per gran parte dei giocatori del Novara e per molti obiettivi di mercato del Novara. E come se qualcosa del suo lavoro avesse seguito il nostro ex direttore sportivo.

Per questo a Pederzoli auguro di restare a Novara il più a lungo possibile. Anche a prescindere dai risultati che in serie A non sono certo la conseguenza immediata di un buon lavoro.

In questo delicato passaggio di consegne (direttore sportivo nuovo con poco tempo per lavorare e nella più difficile tra le categorie) un ruolo fondamentale lo dovrà avere anche Tesser. Il Comandante in questi due anni si è guadagnato sul campo il diritto di essere qualcosa di più di un semplice allenatore. La sua esperienza dovrà essere tenuta in debito conto nella costruzione della squadra che dovrà adattarsi, nel più breve tempo possibile, al credo calcistico del tecnico di Montebelluna. Quindi condivido appieno l’analisi di chi immagina (ed auspica) un Tesser versione Fergusson, almeno per l’immediato.

Brindiamo, caro Novara, a questo decennio di emozioni e successi che ci ripagano con gli interessi di tante amarezze passate. Non sempre si può vincere… l’importante è non dimenticare mai la necessità del rispetto dei ruoli che ci ha premesso di uscire alla grande da un lungo medioevo calcistico… Forza Novara sempre!

Massimo Barbero

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